Thieves of glances

In genere le catene dell’abitudine sono troppo leggere per essere avvertite finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate.

E’ una frase di Samuel Johnson che, come tante altre, fa capolino nel caos immondo che è sulla scrivania del mio ufficio

Frase che ogni tanto rileggo, quando voglio riflettere sulla Libertà. Strano concetto, ripetuto mille e mille volte, nei contesti più disparati che, come un vestito indossato troppe volte, rischia di essere logorato dall’Uso.

Qualsiasi sua definizione, mi pare inappropriata. Se dovessi darne una, forse me ne uscirei con un

“Possibilità di essere ciò che si è e di agire di conseguenza”

Banale, no ? Il problema è che nella società attuale, esprime il proprio vero io è una cosa così complicata..

Dobbiamo costruirci delle maschere, per farci accettare dagli altri. Dobbiamo seguire mode e abitudini, per integrarsi negli infiniti gruppi tribali che costituiscono la nostra società. Dobbiamo accettare regole, spesso insensate, per sperare di limitare i danni nella nostra giungla urbana.

Dobbiamo accettare di omologarsi a un pensiero comune, spesso banale, perchè ragionare con la nostra testa, battere strade isolate, lontani dal branco, è faticoso e rischioso.

Ci forgiamo da soli le nostre catene, perchè siamo abitudinari e perchè, in fondo, ci da comodo così, delegare ad altri la nostra vita.

Rosella Lenci con la sua pittura, si ribella a questo stato di cose. Si guarda intorno: non vede che il nostro folle agitarsi, come criceti in gabbia, all’inseguimento di cose futili come il profitto o il potere. Scuote il capo, sul nostro rifiuto di essere veramente liberi.

Si indigna dinanzi alla perdita delle cose che ci rendono uomini: l’empatia con il prossimo, l’amore per la Natura e le piccole cose, la capacità di sognare e guardare oltre l’orizzonte.

E travolge la tela con tali emozioni. La sua pittura è quella di un testimone scomodo che ci mostra ciò che siamo, animali in una gabbia di cemento e di asfalto, capaci di costruire un deserto del cuore e di chiamarlo città, ricordandoci ciò che dovremmo essere.

Per questo le sue immagini, simili agli incubi di Dick, ci perforano l’animailcantooscuro.wordpress.com

                                                                                                                                     Alessio Brugnoli